La recente notizia dell’ipotesi di vendita dell’Archivio di Giorgio Vasari ad una società russa per 150 milioni di euro riapre il dibattito sulla necessità di vigilare attentamente sulla conservazione del nostro sterminato patrimonio storico artistico, architettonico, archeologico, antropologico, archivistico e librario. Il “libro dei ricordi” del geniale artista e biografo, autore delle celebri Vite dei pittori, scultori e architetti (1550 e 1568), nato ad Arezzo nel 1511 e vissuto a Firenze alla corte dei Medici fino al 1574, comprende 31 faldoni, che riguardano la contabilità e le spese dei suoi lavori ma anche i carteggi con Piero Aretino, Cosimo I de’ Medici, Michelangelo e gli altri grandi del Cinquecento e che nel 1678, alla morte dell’ultimo erede, passarono in eredità, insieme alla casa e con tutto l’archivio, alla Fraternita dei Laici di Arezzo. Esecutore testamentario fu nominato il senatore Bonsignore di Tommaso Spinelli che trattenne le carte delle memorie di Vasari forse per errore, che così rimasero inglobate nell’Archivio Spinelli. Le carte vennero ritrovate poi dal direttore del Museo del Bargello di Firenze Giovanni Poggi nel 1908, che le fece notificare nel 1917, dopo che lo Stato nel 1915 aveva acquisito Casa Vasari per farne un museo. A seguito di ciò il conte Luciano Rasponi Spinelli affidò l’archivio in deposito perpetuo al Comune di Arezzo, a patto che venisse valorizzato e fosse consultabile. Ma il colpo di scena è rappresentato dalle nozze a sorpresa dell’ultimo conte Rasponi Spinelli con la domestica Flora Romano, che, deceduta nel 1985 passa l’eredità al nepote Giovanni Festari, che fa causa al Comune di Arezzo, vincendo e ottenendo la revoca del deposito perpetuo. Il Comune fa ricorso. Le carte, vincolate con un decreto ministeriale del 1994 e riconosciute come documenti di notevole interesse storico, sono attualmente custodite in un armadio, vincolato iure pubblico alla sede museo di Casa Vasari ad Arezzo.


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